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I padroni del nostro cibo

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Che il cibo che compriamo al supermercato non è più sano come quello di una volta, lo abbiamo sentito dire praticamente tutti.
Che la frutta e la verdura non hanno più quel sapore deciso di un tempo, anche.
Che la carne non ha più il colore di quella del contadino, idem.
Però poi spesso a tali constatazioni da persone di buon senso e/o di palato fino, non segue una vera consapevolezza.
Atteso che le cose sulle nostre tavole stanno così, quanti di noi si chiedono il perché?
Certo, ci sono svariate persone (sempre più in crescita, per fortuna) che iniziano a porsi questo tipo di domande. Che il motivo sia l’amore per l’ambiente, il mero amore per la buona tavola o entrambe queste nobili ragioni, non è poi così importante. Ciò che è veramente importante è farsi delle domande e,nei limiti del possibile, cercare delle risposte.
Per offrire un minimo di rudimenti critici utili per comprendere con che cosa riempiamo il carrello della spesa, vi parliamo di un interessante dossier di agile lettura che offre però notizie e spunti di riflessione di indubbia rilevanza.
Il dossier in questione si intitola “I padroni del nostro cibo” ed è realizzato dal Centro nuovo modello di sviluppo. In 22 infografiche racconta il viaggio del nostro cibo dalla chimica al piatto, vi invitiamo ad andare a leggerlo, ma in questa sede vi offriamo un piccolo riassunto, per invogliare i pigri e per rendere edotti tutti quelli che hanno la buona volontà ma non hanno proprio il tempo per farlo.
In primo luogo,il dossier offre un’interessante descrizione della filiera dei cibi che arrivano nella grande distribuzione. Avete mai sentito parlare di “filiera corta”? Ecco,in questo caso la filiera è di tutt’altro tipo. E’ lunghissima. I soggetti che entrano in campo sono tanti, anzi troppi: si parte dai produttori per finire ai grossisti, passando per le industrie chimiche. Si, avete letto bene:industrie chimiche. Perché queste protagoniste della lunga filiera hanno un ruolo molto rilevante nella determinazione dei costi finali, visto che vendono i loro prodotti a prezzi molto alti. La chimica nelle sue vesti più spregiudicate è sempre più massicciamente presente nell’industria alimentare. E la logica di fondo che perpetrano è quella propria del capitalismo spinto,di cui infatti sono pedissequa espressione: sfruttare la terra quanto più possibile in una logica dell’ “hinc et nunc”, del “qui ed ora”, senza chiedersi cosa i profitti di oggi comporteranno nel mondo di domani.
Leggendo il dossier, scopriamo che a livello mondiale il giro d’affari dei fertilizzanti corrisponde a 160 mld di dollari (!!) e che l’abuso di queste sostanze comporta che ogni anno ben 75 mld di tonnellate di terreno vadano a farsi benedire, con tutti i drammi ambientali e a danno dei produttori che questo scempio comporta.
Per non parlare del fatto che le grandi industrie delle sementi sono,al contempo,anche le più grandi produttrici di fertilizzanti. Curioso,no?
E dietro questi giri d’affari, si nascondono anche grandi drammi umani. Sapevate che in India una multinazionale delle sementi e dei pesticidi controlla il 95% del mercato dei semi di cotone,da cui ottiene alti profitti alle spalle dei piccoli produttori fortemente indebitati? Ebbene, questa situazione ha comportato negli ultimi anni migliaia di suicidi di contadini indiani a causa dei debiti per acquistare sementi e pesticidi senza riuscire ad ottenere ricavi adeguati.
Si apre quindi il capitolo OGM (organismi geneticamente modificati), creati in laboratorio per ottenere essere viventi con DNA alterato che consente di avere caratteristiche non presenti in natura.
Gli OGM sono ormai diffusissimi e la comunità scientifica è molto preoccupata non solo per gli impatti sull’ecosistema,ma anche sulla salute dei consumatori.
Pensate che nel mondo le terre coltivate ad OGM sono il 13% del totale!
Un altro dato contenuto nel dossier che colpisce molto è che sulle materie prime (come caffè,cacao,grano,cotone etc) esiste un’enorme speculazione che consiste nel trarre vantaggio dalle variazioni dei prezzi.
Le borse internazionali dove si scambiano prodotti agricoli sono,per questo motivo,molto frequentate da banche e fondi finanziari.
Nel dossier, troverete ancora tanti altri dati che vi convinceranno definitivamente di quanto la situazione sia grave ed allarmante.
Non c’è solo in gioco la tenuta del nostro ecosistema,ma anche la nostra salute ed il nostro lavoro.
Ebbene, che fare?
Le azioni che andrebbero fatte a livello “macro” sono tante e non è questa la sede per dilungarci.
Ragioniamo invece sul fronte “micro”,quello che è nella disponibilità di tutti noi e che, più si diffonde, più assume caratteristiche “macro”,con tutte le conseguenze in termini di impatto politico e sociale che questo comporta.
Le possibilità di un acquisto consapevole si stanno gradualmente moltiplicando nelle nostre città.
Sfatiamo un mito: per comprare prodotti più sani e più etici, non è necessario impazzire perdendosi per le campagne o scalando montagne per scovare pascoli selvaggi.
I GAS sono un’ottima modalità per incentivare la filiera corta, per avere un rapporto diretto con i produttori e poter monitorare davvero la lavorazione dei prodotti, secondo il modello dei sistemi di garanzia partecipata. E’ nell’esperienza comune di noi tutti che un lavoro fatto bene, affinchè continui ad essere tale, deve essere idoneamente remunerato.
Purtroppo i produttori sono l’anello debole della catena della lunghissima filiera della GDO e il loro lavoro, anche quando di indubbia qualità, non ottiene il meritato riconoscimento. I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) invece accorciando la filiera consentono di determinare i prezzi in modo positivo per il produttore, riconoscendo giusto valore al suo lavoro e al suo ruolo complessivo di custode del suolo, della biodiversità e del paesaggio.

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